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Il passaggio da condizione anagrafica a categoria avviene a seguito della Lettera al giovane designer di A. Mendini pubblicata sul n. 650 di 'Domus': 'se io fossi un designer molto giovane sarei piuttosto romantico, osserverei duramente le mosse di chi ha già lavorato, le scorie e le croste che noi persone contaminate ci lasciamo alle spalle,cancellerei in un insieme di odio e amore tutti i maestri e i contromaestri, le accademie e le avanguardie'. L'esortazione ha dato identità autonoma a un drappello di apprendisti anonimi. Agli inizi degli anni Ottanta si comincia così a delineare una figura professionale dotata di specifici connotati: quella del giovane designer. E' questione d'età, ma soprattutto di metodologia del progetto. Il giovane designer si contrappone al professionista inserito nel circuito industriale per il carattere sperimentale del suo progetto. Dotato di spirito imprenditoriale, produce artigianalmente i propri prototipi. Figlio dell'era della comunicazione, sfrutta al meglio i circuiti delle mostre d'avanguardia e le pubblicazioni su riviste di settore. Si crea così nel design italiano un doppio binario: da un lato il disegno industriale, di serie,; dall'altro quello sperimentale popolato di prototipi che, paradossalmente, diventano di serie grazie allíelevato numero di pubblicazioni: repliche bidimensionali che creano notorietà internazionale ai loro autori. Tra le prime mostre che hanno dato spazio alla categoria 'Arte, moda, design, conseguenze impreviste' (Prato 1981); 'Neo moda, neo design' curata da Cristina Morozzi; 'Per una immagine imprudente' (Milano 1986) curata da Franco Bolelli e N. Vigo. Il consenso dei media sensibilizza le industrie, che vedono nel giovane designer il facile strumento per rinnovare la propria immagine. Antesignana Edra, una neonata azienda di imbottiti che debutta sulla scena del design nel 1987 con (I) Nuovissimi una serie di pezzi creati da designer alla loro prima esperienza con la produzione di serie. Sull'onda del successo di questa operazione, si moltiplicano le aziende che azzardano la collaborazione con designer alle prime armi. Il giovane design diviene rapidamente, indipendentemente dai propri meriti, categoria privilegiata. Oltre al comune denominatore costituito dall'età, si riscontrano nelle creazioni di questi giovani, notevoli analogie stilistiche. Si può forse persino indicare uno stile 'giovane designer', in bilico tra il Postmoderno, il Neo moderno (determinante l'influenza di Memphis e Alchimia) e il Neo pop (di derivazione grafico/musicale). Come tutte le iniziative troppo replicate, anche le collaborazioni con i giovani designer diventano di moda e quindi destinate a inevitabile declino. Agli inizi degli anni Novanta netta inversione di tendenza. La crisi spazza via gli ultimi entusiasmi per la sperimentazione fine a se stessa; si cercano prodotti più tradizionali e nomi sicuri. Il clima favorevole ha comunque contribuito alla crescita di un nucleo di nuovi designer, molti dei quali hanno colto rapide affermazioni, saltando l'iter faticoso dell'apprendistato. La mostra 'Nuovo bel design' curata da A. Gili (Salone del Mobile di Milano 1992) rappresenta una sorta di consuntivo della 'categoria giovane designerî e in un certo senso ne sancisce la scomparsa come categoria a sè. L'anomalia, tutta italiana, di assorbire nell'industria anche la sperimentazione più giovane, ha dato al nostro design l'ossigeno per continuare a essere d'avanguardia, ma nel contempo ha alimentato l'equivoco sui reali sbocchi di questo mestiere, trasformando il design in una professione miraggio. (C.M.)

fonte: Anty Pansera (a cura di) Dizionario del design italiano. Cantini Editore, 1995
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